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Editoriale

01_editoriale_01Ho scelto questo titolo per questa mia “overture” alla nostra Rivista, tratto dalla seconda lettera ai Corinzi di San Paolo Apostolo.

Una frase che solitamente è molto usata in ritiri spirituali, esercizi, predicazioni a noi consacrati, volta a considerare la grandezza della vocazione – che si esprime in voti – contenuta nella fragilità del nostro essere semplicemente… uomini. Già, Papa, Cardinali, Vescovi, Sacerdoti, Consacrati, Ministri, Battezzati… tutti vocati sebbene in maniera differente ma tutti “vasi di creta” della nostra umanità, depositaria al contempo di bellezza e fragilità.

È il nostro essere uomini che è ontologicamente fragile. Quante volte anche noi avvertiamo la nostra povertà, i limiti, l’insufficienza davanti ai compiti che ci sono affidati, l’incapacità di rispondere pienamente alle esigenze che ci si prospettano innanzi, l’impotenza di fronte a situazioni che sono più grandi di noi... Percepiamo inclinazioni e attrattive che ci orientano più facilmente al male che al bene, alle quali facciamo fatica a resistere per la debolezza della nostra volontà. Anche noi come Paolo ci sentiamo vasi di creta.

Ci è facile riscontrare le stesse debolezze e fragilità anche nelle persone che ci stanno accanto, in famiglia, così come nella comunità o nel gruppo di cui facciamo parte.

Nello svolgersi dei nostri giorni, vecchie e nuove fragilità si manifestano: non solo fisiche, motorie, psicologiche ma anche dovute a mancata accettazione di sé stessi, o ad autogiustificazioni o compromessi con la propria vita, o ad incoscienza dei propri errori…

Gli esempi oggi si moltiplicano sotto i nostri occhi (se proviamo a non farci scorrere superficialmente la vita addosso e cerchiamo una chiave ermeneutica al nostro vivere); nuove fragilità – o forse sempre esistite – sono, ad esempio, il mondo giovanile con le sue alternanti incoerenze ed indecisioni; come la famiglia messa a repentaglio da un “usa e getta” di sentimenti e da un “cuci e scuci” di contratti che hanno poco a che fare con la sacralità della sua istituzione; come il mondo del lavoro ormai luogo solo di mera produzione e non più di promozione umana, anzi, spesso causa di angheria e frustrazione dell’uomo stesso; come la politica che sta diventando teatro di immoralità ed autopromozione piuttosto che interesse sincero e gratuito per il bene comune…

Se prima fragilità era solo quella di bambini ed anziani, oggi ci si accorge che nel grande calderone della fragilità ci siamo dentro proprio tutti, anche tu che in questo momento, boriosamente e con presunto orgoglio ti stai ritenendo esente da queste considerazioni e non bisognoso di un’attenta ridefinizione della bella immagine (maschera?) che hai costruito a te stesso.

Se scendessimo più nel particolare delle nostre quotidianità, ci accorgeremmo come la fragilità ha un nome, ha delle situazioni di vita concrete: come chiamare chi sceglie di vivere da mantenuto senza realizzare se stesso? Che nome dare a chi paventa ricchezza ma nel cuore cova odio e guerra? Chi ha bisogno di essere riconosciuto per dare un valore alla sua vita non è fragile? E tanti tanti altri esempi aggiungeteli voi.

Certo, se guardassimo soltanto al vaso d’argilla che siamo noi, ci sarebbe proprio da scoraggiarsi. Ciò che invece vale, e su cui dobbiamo volgere tutta l’attenzione, è il tesoro che portiamo dentro! E qui la scommessa di questo numero della nostra rivista. Provare a guardarci attorno e scoprire che in me, come comunque anche negli altri, al di là del loro vaso di creta, che subito appare davanti con evidenza, si possa scorgere il tesoro che lì inabita. Non fermarci all’apparenza esteriore.

Fragilità è la mia, la tua, la nostra. Uomo bisognoso di ancorarmi a certezze che siano più grandi di me sono io, sei tu, siamo noi… Per tutti c’è quest’ancoraggio saldo e sicuro: si chiama incarnazione, amore gratuito e totale che si è fatto come me, come te, come noi, che si è fasciato della nostra umanità fragile per elevarla però alla bellezza della Sua Gloria.

Ecco una lettura di questo Natale per dirci con meno abitudine e retorica: Auguri, Buon Natale!

 

paolo

Di fra’ Paolo Quaranta

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