In Ascolto
“Si ha piacere stare su una nave sbattuta dalla tempesta, quando si è sicuri che non andrà a fondo “ (Pascal).
Che l’uomo si possa paragonare a un fuscello di paglia sensibile ad ogni soffio di vento e può essere vittima dei capricci del vento, è verità evidente. Chi crede è sempre “piccolo”, non perché il confronto con la realtà della fede lo mortifichi o lo schiacci, ma perché ciò gli dà la vera misura di se stesso e il giusto rapporto con gli altri. Per questo chi crede non è un gigante solitario, ma una persona, che vive la fede e l’amore nella fraternità: si nasce e ci si costruisce con gli altri.
“Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor.12,10). “Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio” (Salmo 90). Espressione, quest’ultima, pregnante: se qualcuno attenta alla tua vita, prima che uccidano te, debbono uccidere me, sembra dire il Signore. L’uomo, goccia d’acqua, trasportata con delicatezza sulla palma della mano di Dio e contemplata con rinnovato stupore nelle sue mille iridescenze, farfalla solitaria catturata delicatamente da Colui che “vede, anche in una notte nera su una pietra nera, una formica nera”.
Il fatto chiaro è che nessuno può salvarsi o salvare senza Cristo. Il che vuol dire che egli non può superare le alienazioni, che lo rendono prigioniero e gli impediscono di realizzare un’esperienza. Il male dell’uomo non si supera con l’avere qualcosa di più, ma con l’essere diverso. Cioè libero dai limiti che lo chiudono in sé.
“Datemi un punto d’appoggio e io vi solleverò il mondo”. Il punto d’appoggio è Dio stesso, che si è impegnato a promuovere la liberazione dell’uomo ed è stato sempre fedele alle sue promesse.
Su questa linea si è collocato il nostro Serafico Padre Francesco, l’uomo che ha vinto quando ha saputo perdere, che ha voluto essere come gli uccelli del cielo, completamente affidato alla Provvidenza del Padre. E la “dura intenzione” che, anche secondo Dante, Francesco “aperse” a Papa Innocenzo, era, con ogni probabilità, la difesa della povertà contro ogni intervento prudenziale, istituzionale: quella difesa riguardava sia le infiltrazioni pauperistiche di quell’epoca di “Catari” e “Poveri di Lione”, sia l’eccessiva fisionomia giuridica e canonica a spese della “fantasia”, che in Francesco aveva avuto fino a quel momento la supremazia.
Non vorrei che da queste disordinate riflessioni uscisse un’immagine di cristiano smidollato, geometrico, ordinato, desideroso di una religiosità intimistica, al riparo dalla indifferenza o dalla cattiveria degli uomini. Il “tutto posso in colui che mi dà forza”, obbliga alla spogliazione e scarnificazione di sé. Ma il vuoto a cui conduce non è la voragine di un’assenza, ma l’orma infuocata di una pienezza.
Con tale filosofia al cristiano viene chiesto di essere coraggioso e franco: è liquidato una volta per tutte il fascino irresistibile del male; esso non è fatale, da gettare nella disperazione o in quella caricatura della fede che è il disimpegno e l’alienazione.
Il cristiano, proprio perché fiducioso della forza di Dio, è sempre dentro le vicende della società. Lo è il pastore d’anime con la sua attività frenetica, lo è l’uomo della contemplazione dentro “erme celle”. Mi piace citare l’esempio di un monaco dei nostri tempi, Thomas Merton. Questi, ex marxista militante finito in una Trappa, non è fuggito da nessuno e da nulla che avessero affinità di speranza e di dialogo con lui. È piuttosto “uscito fuori delle mura” che è la Chiesa senza aggettivi, la Chiesa dei popoli che in Dio hanno la ragione di sperare e di vivere.
Importante è essere diversi (da divertere = allontanarsi), cioè non essere numeri, fagocitati e resi anonimi dalla massa, presenze insignificanti.
Francesco insegna. Lui, “idiota”, non particolarmente dotto, “novissimus pazzus in hoc mundo”, il pazzo più singolare che ci fosse al mondo, ha trasformato il mondo con la follia della croce. È la follia, è l’essere “strani” che salva il mondo. Il “folle” è un soggetto pericoloso che deve essere messo in condizione di non nuocere. “Udito ciò, i suoi vennero per impadronirsi di lui, poiché dicevano: “È fuori di sé!” (Mc.3,21). E dopo la guarigione dell’uomo dalla mano paralizzata di cui Mc.3,1-ss, “i farisei tennero subito consiglio con gli erodiani contro di lui, per vedere come farlo perire”. E no, questo non predica una libertà, una felicità di là da venire, ma una libertà da assicurare oggi, fosse anche un lembo di libertà. Questi è un sovversivo.
E il sovversivo non è uno che fa chiasso, ma colui che realizza una presenza significativa. Tale è anche il contemplativo, che non è una lampada che si ritira lentamente sotto il moggio, quasi ad illuminare solo se stessa. La sua esperienza non si risolve nel recinto della solitudine, ma in un’apertura che sa vivere e abbracciare lo spazio della prossimità, dell’incontro con l’altro. Il Papa Alessandro IV nella Bolla di canonizzazione del 15 agosto 1255, con molta perspicacia e verità affermava di S.Chiara: la luce della santa “si custodiva dentro e si diffondeva fuori. Chiara infatti si nascondeva, ma la sua vita era rivelata a tutti. Chiara taceva, ma la sua fama gridava. Si teneva nascosta nella sua cella, eppure nelle città lei era conosciuta”.
“Tutto posso in colui che mi dà forza”. Dio non ha paura della nostra fragilità. L’avrebbe soltanto, cosa impossibile, della nostra forza, che nello scenario delle nostre illusioni è la spinta sempre deviante delle nostre paure, capace di spingere al fallimento anche le anime troppo sicure di sé. Dio è la nostra forza. Ma quando ha voluto darci un’immagine di uomo abbordabile, lo ha fatto nascere infante indifeso, avvolto in fasce, simbolo della povertà e della fragilità. In tale contesto non c’è spazio per il pessimismo. E siccome Dio non sopporta i pessimisti, che spesso sembrano rimproverarlo e accusarlo di crudeltà, ci sorprende con trovate umili e originali. Solo un Dio poteva inventare l’Incarnazione.
Cur Deus homo? Perché un Dio si è fatto uomo? Come è potuto accadere? Francesco, che pessimista non era, ha voluto lanciare una sfida sia a Dio che al prossimo, “elemosinando di porta in porta” (come impone ai suoi frati). Lui che fino a ieri “eclissava i suoi compagni con l’eleganza dei suoi abiti, le sue maniere di gran signore, le spese folli, e che aspirava a coprirsi di gloria e ad elevarsi al di sopra di tutti”.
Non dovremmo mai dimenticare che nei disegni divini c’è spesso una certezza, un’alternativa da non sottovalutare. Dio sembra “dormire a poppa” quando noi siamo sull’orlo del naufragio. Ma siamo noi a dormire ed è sempre il Signore a svegliarci, a ributtarci sulla strada. Non è mai facile dividere il sonno con Dio. È più facile dividere con Lui la veglia e il cammino, con la certezza che Lui è il nostro sicuro ancoraggio.
Il presepe che contempleremo fra alcuni giorni, ci ricorda la sublime verità dell’Incarnazione; Dio continua ad aver fiducia in noi, nonostante la nostra fragilità. L’Incarnazione è l’impresa più seria ed esaltante della storia umana: un’impresa che sfida tutte le regole delle proporzioni, dei calcoli, dei conti preventivi. Uno scompiglio che si comprende solo nell’ottica della fede e nella capacità di compromettersi, di impegnarsi, di decidersi, di prendere posizione. Solo allora capiremo che Gesù è la nostra risposta e la nostra forza.





