Prossimità

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da | 21 Mar 2026

Vicinanza, parola umana attesa da Dio

Francesco e la rivelazione della prossimità. Francesco non inizia la sua conversione in un luogo protetto, né davanti a un altare. La sua storia comincia quando accetta di sostare accanto a ciò che più lo spaventava: il mondo dei lebbrosi. Per anni li aveva evitati, come si evita ciò che mette a nudo la propria fragilità. Ma un giorno, quasi contro ogni istinto, si avvicina e compie un gesto che non aveva mai osato: abbraccia e bacia uno di loro. In quel contatto, qualcosa si apre. Non è solo compassione: è rivelazione. Francesco scopre che la ferita dell’altro illumina la sua, e che ciò che gli sembrava “amaro” può diventare “dolce” quando smette di essere guardato da lontano. È come se Dio avesse scelto proprio quel momento per fargli intravedere un’altra possibilità di sé. Non stupisce, allora, che poco dopo il Crocifisso di San Damiano finalmente gli parli. Non perché Francesco sia diventato più pio, ma perché ha pronunciato – con il corpo – la parola che Dio attendeva: vicinanza. Nel lebbroso ha riconosciuto il Cristo nascosto, e il Cristo ha potuto riconoscere lui.

Una dinamica che continua oggi. Questa logica evangelica non appartiene solo al XIII secolo. Oggi, nei luoghi dove i frati servono – ospedali, case di accoglienza, quartieri segnati dalla povertà, comunità ferite – la stessa dinamica si ripete. Ogni giorno incontrano persone che portano piaghe visibili e invisibili: malattie, solitudini, dipendenze, storie spezzate. E ogni volta, quel contatto non è mai a senso unico. Le ferite degli altri diventano uno specchio: rivelano la nostra vulnerabilità, la nostra paura di non bastare, il nostro bisogno di essere guariti. Ed è proprio lì che la vocazione si rinnova: nell’incontro, nella prossimità che trasforma. Il servizio ai poveri e agli ammalati non è solo un’opera di carità: è un luogo di rivelazione. È il punto in cui la vita dell’altro diventa una lente attraverso cui leggere la propria. È il momento in cui il dolore altrui illumina il nostro, per offrirci una nuova interpretazione.

La prossimità non garantisce l’accoglienza. C’è però un aspetto essenziale, spesso dimenticato: la prossimità non garantisce l’accoglienza. Non basta chinarsi su una ferita perché chi la porta ci lasci entrare. Non basta dire o fare qualcosa per un povero perché il povero ci accetti. Anche Francesco, avvicinandosi al lebbroso, non aveva alcuna certezza di essere accolto. E ancora oggi, nei nostri servizi, questa verità si manifesta con realismo disarmante. Ci sono giorni in cui chi soffre ci permette di avvicinarci, e giorni in cui ci respinge. A volte con delicatezza, altre con durezza. In ospedale può accadere che una parola venga fraintesa, che una presenza sia vissuta come intrusione, che un volto religioso susciti diffidenza o stanchezza. Non perché l’altro sia “ingrato”, ma perché il dolore ha i suoi tempi, le sue difese, le sue soglie. Ed è proprio qui che la vocazione si purifica. Perché ci ricorda che non siamo lì per essere accettati, né per sentirci utili o confermati. Siamo lì perché crediamo che la prossimità abbia un valore in sé: per noi, per l’altro, per un senso più grande di umanità. La nostra presenza è un’offerta da consegnare senza garanzie. Quando siamo accolti, ringraziamo. Quando siamo rifiutati, restiamo comunque disponibili. Perché il Vangelo non ci chiede di essere efficaci, ma fedeli, magari senza risultati, ma comunque presenti. Non si tratta di essere riconosciuti, ma di riconoscere Cristo anche quando il suo volto è velato dalla paura, dalla rabbia o dalla chiusura.

Il luogo in cui la missione si riaccende. San Francesco scopre la sua vocazione nel momento in cui accetta di lasciarsi toccare dalla fragilità. È lì che il Vangelo smette di essere un’idea e diventa carne, incontro, conversione. I frati di oggi rinnovano quella stessa chiamata ogni volta che si chinano su una piaga, ascoltano una storia, accompagnano una sofferenza. Non è un gesto accessorio: è il luogo in cui la nostra vita si chiarisce e la missione si riaccende. Per questo, per noi frati, è essenziale non perdere mai il contatto con i poveri e i sofferenti. In loro ritroviamo il volto di Cristo e la verità della nostra scelta. Senza questo contatto, rischieremmo di ridurci forse a un Vangelo parlato e non vissuto. In quei gesti, il Crocifisso continua a parlare, anche se non con parole solenni, ma con la stessa voce che ha guidato Francesco: “Va’ e ripara la mia casa”. Una casa fatta di corpi feriti, di cuori stanchi, di vite che chiedono solo qualcuno che non abbia paura di avvicinarsi.

(foto: sanfrancescopatronoditalia.it)

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