Prossimità

  1. Rubriche
  2. Prossimità
  3. Dal bisogno di salute, la nostalgia di salvezza

da | 21 Gen 2026

Dal bisogno di salute, la nostalgia di salvezza

Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio” (papa Leone XIV).

Inizio questa riflessione con le parole del Santo Padre, tratte dal discorso al Corpo Diplomatico del 16 maggio 2025. In queste parole trovo una verità che attraversa tutta l’esperienza umana: la precarietà è condizione comune di ogni persona. Nessuno di noi possiede garanzie di stabilità; la vita cambia, a volte lentamente, altre volte con brusche accelerazioni che ci sorprendono o ci feriscono. Possiamo trovarci in salute o nella malattia, in un lavoro sicuro o nella disoccupazione, circondati da affetti o improvvisamente soli. Eppure, dentro questa instabilità, c’è qualcosa che non cambia: la dignità che ci viene dal fatto di essere voluti e amati da Dio.

Quando penso alla pastorale della salute, la immagino proprio così: non come un ambito riservato a chi vive la malattia, ma come un orizzonte che riguarda tutti, perché tutti siamo fragili. La fragilità non è un incidente di percorso, ma una dimensione costitutiva dell’esistenza. E quando attraversiamo un tempo relativamente sereno, quella serenità non è un merito personale, ma una chiamata alla responsabilità verso chi vive un momento più duro. È un invito a non chiudersi nel proprio benessere, ma a trasformarlo in cura, ascolto, vicinanza. Molti passano dall’essere semplicemente fragili all’essere feriti:

– nel corpo, attraverso la malattia;

– nello spirito, attraverso lo scoraggiamento o la perdita di senso;

– nella dimensione sociale, attraverso la solitudine o l’emarginazione.

A queste persone non basta una risposta tecnica o organizzativa: hanno bisogno di qualcuno che si faccia prossimo, che non fugga davanti alla loro vulnerabilità. San Paolo ci ricorda: «Noi che siamo forti abbiamo il dovere di sopportare le debolezze dei deboli, senza compiacere noi stessi» (Rm 15,1). La forza, per Paolo, non è superiorità, ma capacità di portare il peso dell’altro. È una forza che non schiaccia, ma sostiene; che non giudica, ma accompagna; che non impone, ma si mette accanto. È una forza che nasce dall’umiltà di riconoscersi, a propria volta, fragili e amati.

La mancanza di salute non riguarda solo ciò che si vede. Esistono sofferenze silenziose, ferite interiori che non trovano parole, dolori che non si mostrano per paura di non essere compresi. Queste malattie invisibili spesso isolano più di quelle fisiche, perché non trovano uno sguardo capace di accoglierle.

In ospedale, la vita arriva addosso con una velocità che non lascia il tempo di prepararsi. Ogni storia ti interroga: Perché a lui e non a me? Come avrei reagito al suo posto? Cosa si aspetta questa persona da me, adesso? Sono domande che non cercano risposte immediate, ma che aprono lo spazio dell’ascolto e della compassione. Ci sono giorni in cui la fragilità dell’altro diventa uno specchio. Guardando una persona ferita, riconosco la mia stessa vulnerabilità. E allora comprendo che la cura non nasce dalla forza, ma dalla comunione: dal sapere che siamo tutti sospesi sul filo della vita, tutti bisognosi di una mano che non giudica, tutti mendicanti di un amore che non viene meno. La pastorale della salute è questo: stare accanto senza possedere, ascoltare senza risolvere, accompagnare senza invadere, amare senza condizioni. Non ci è chiesto molto, solo questo: tenere accesa la luce della dignità, anche quando tutto sembra fragile. Quella dignità mi parla e mi dice che sono figlio amato e questo apre nuovi percorsi: dal bisogno di salute, la nostalgia di salvezza.

fr Adolfo Marmorino

NEWS