Con gli occhi di Francesco

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da | 14 Feb 2026

Lasciarsi cambiare: la provocazione di Francesco d’Assisi

Tutti parlano di cambiamento, ma pochi accettano di lasciarsi cambiare. Si ritocca il linguaggio, si aggiornano le strutture, ma il cuore resta intatto. Francesco d’Assisi è ancora scomodo proprio per questo: il suo cambiamento non fu un’operazione di immagine, ma una conversione radicale. Ottocento anni dopo la sua morte, la sua esperienza continua a smascherare un’idea di cambiamento ridotta a strategia, e la sua voce torna a provocare un tempo che chiede novità senza conversione.

Nel suo tempo, Francesco non fu un riformatore di apparati né un teorico della spiritualità. Non nacque come contestatore, ma come un uomo attraversato dal Vangelo. «Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza» (Test 1): così rilegge la sua storia nel 1226. Il cambiamento, per lui, non fu un’iniziativa personale, ma la risposta a un’azione di Dio da accogliere senza difese, calcoli e, soprattutto, giustificazioni. Il vero spartiacque della sua vita non fu una data, ma un’esperienza capace di ribaltare le logiche comuni: l’incontro con ciò che abitualmente ripugnava e respingeva, il lebbroso. Là dove la società costruiva distanza, Francesco sceglie la prossimità e scopre che ciò che sembrava “amaro” può diventare «dolcezza di anima e di corpo» (Test 3). È una conversione dello sguardo prima ancora che dei comportamenti: non più persone da evitare, ma un “Tu” da incontrare.

Da qui nasce uno stile che ancora oggi dà non poco fastidio: spogliazione, minorità, fraternità. Non gesti poetici, ma scelte concrete. Esse smascherano un mondo fondato sul possesso, sulla competizione e sull’ansia di controllo. Francesco non demonizza la ricchezza; ne denuncia l’idolatria. Non esalta la marginalità, ma restituisce dignità agli scartati. Non parla di pace in astratto: la pratica attraversando i conflitti in modo “disarmato”, fino a cercare il dialogo con il sultano nel tempo delle crociate (1219).

Quando vuole comprendere che cosa significhi davvero la povertà, non la predica dall’alto: la sperimenta. Le fonti storiche ricordano, ad esempio, il gesto di mescolarsi ai mendicanti presso la Basilica di San Pietro, durante il pellegrinaggio a Roma, scambiando i propri abiti con stracci e stando con loro a chiedere l’elemosina; tutto questo al fine di sperimentare la miseria sulla propria pelle. Non è romanticismo, ma incarnazione: non è parlare dei poveri, ma stare con loro.

Negli ultimi mesi di vita, Francesco non volle scrivere un trattato – cosa che, del resto, non fece mai – ma dettò il suo Testamento. È un atto di memoria credente: rilegge la propria storia riconoscendo che tutto è dono. «Il Signore mi dette… il Signore mi condusse… il Signore mi rivelò…». Il cambiamento vero nasce da questa memoria: accorgersi che Dio ha già operato, prima ancora delle nostre decisioni.

Alla vigilia della Quaresima, il suo messaggio diventa ancora più incisivo. La penitenza francescana non è tristezza né mortificazione sterile: è libertà interiore, alleggerimento, ritorno all’essenziale. Il “deserto” è spazio di verità, la “povertà” è nudità che toglie le maschere, il “digiuno” esercizio per educare il desiderio. Convertirsi, allora, non significa fuggire dal mondo, ma abitarlo senza esserne posseduti.

Persino la morte, per Francesco, entra in questa logica di cambiamento. Nel Cantico delle Creature la chiama amorevolmente “sorella”, non per negarne il dolore, ma per riconoscervi un passaggio affidato a Dio. È l’ultimo atto di fiducia, l’ultima conversione: vivere anche il limite come luogo di lode.

All’uomo contemporaneo, prigioniero dell’accumulo e della velocità, Francesco rivolge una domanda radicale: da dove nasce il cambiamento che dura? Non dall’efficienza, ma dalla conversione del cuore. Non dal potere, ma dalla relazione. Non dalle parole, ma da una vita restituita al Vangelo. Ottocento anni dopo il suo Transito, Francesco resta attuale perché non offre scorciatoie. Indica una strada esigente e liberante: lasciarsi cambiare per diventare, oggi, segni e testimoni credibili di speranza.

(Illustrazione di Piero Casentini)

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