Arte e vita

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da , | 11 Apr 2026

Un itinerario di liberazione spirituale

La luce affascina da sempre l’essere umano, che ne ha fatto oggetto d’indagine metafisica, spirituale, trascendente. Tradizioni iconografiche come quella orientale l’hanno declinata attraverso l’oro dei mosaici bizantini; artisti occidentali di altri tempi l’hanno considerata lo strumento in grado di rivelare, anche apofaticamente, i colori degli oggetti. La luce è il mistero immateriale senza il quale i colori, anche quelli degli artisti (pura matericità!), resterebbero occulti e che necessitano, invece, di essere svelati.

Anche nell’Arte Contemporanea la luce ha stimolato la ricerca-riflessione di numerosi artisti. Nel nostro territorio alla sua capacità di attrazione non è rimasto indifferente il percorso accademico, formativo e spirituale (in senso lato) di Giulio De Mitri. Nel 2007 egli ha immaginato e realizzato un’opera in quattro “mo(vi)menti”: “Il Viaggio”, “Libertà”, “Genesi” e “Un segno di pace”, che rappresentano una sequenza unica, sebbene si pongano in un diagramma aperto sempre modificabile! Protagonista l’immagine di una bambina vestita da angelo, con un candido abito e ali piumate, colta nel compiere gesti rituali, quasi a eseguire una liturgia essenziale e al contempo pregna di significato.  Nel primo mo(vi)mento, “Viaggio”, la piccola – ali orizzontalmente tese – è intenta ad accompagnare con un gesto delicato una barchetta di carta, all’interno di un catino, mentre sosta su un panneggio di raso bianco, che ricorda la soffice e delicata immaterialità delle nuvole. Nel secondo mo(vi)mento, “Libertà”, la stessa fanciulla tiene tra le mani una colomba – tradizionale simbolo di pace – pronta a spiccare il volo, sostenendola delicatamente mentre la protende come offerta ad un immaginario interlocutore, nel quale ciascuno può riconoscere sé stesso/a o un’invisibile divinità; un gesto (ri)conciliatorio col mondo e con l’A/altro. Nel terzo, “Genesi”, la stessa protagonista stringe tra le mani un uovo, simbolo di rinascita e rinnovamento, come momento di embrionale ricominciamento di vita, pronta a germogliare. In “Segno di Pace” la fanciulla traccia, infine, idealmente la parola “Pace” sull’acqua, compiendo la sua gestualità con un inchiostro invisibile ma denso, come solo può essere quello che scaturisce dalla purezza di un’anima immacolata, come quella di un bambino; un gesto tanto forte quanto effimero, impermanente.

Le quattro immagini sono contenute in teche luminose quadrate (100 x 100 x 13 cm), forma simbolicamente riconducibile all’assoluto. Le opere, singole eppur intimamente e sequenzialmente disposte, suggeriscono un’idea di pace come itinerario (la barca) che si snoda per tappe propedeutiche, partendo da un segno di generatività (Genesi): l’uovo, da cui nasce la colomba che, librandosi in volo, dà inizio al suo viaggio. Ma tutto questo, nel mondo contemporaneo, dilaniato da questa guerra mondiale a pezzi, non può compiersi se alla base non c’è la Pace! Le quattro tecno-light-box, così definite da Pietro Marino, segnano nel percorso artistico e spirituale di De Mitri una modalità di rivisitare le cassette metalliche della minimal art americana in una nuova visione 3.0. Questi schermi, retro-illuminati da una luce calibrata sui gradienti del blu, richiamano opportunamente le tinte e le tonalità coloristiche proprie del Mediterraneo, che impregna concettualmente l’opera e l’avvolge, quasi si posizionasse in un fondale marino, come a costituirne il padre putativo che ne benedice il messaggio e che spinge a partire e a tornare (Exodos e Nostos), secondo una consuetudine ben nota a chi vive sulle sponde del capoluogo ionico. Questo blu, benché caratterizzato da una tonalità estremamente “fredda”, è al contempo il colore della spiritualità e della trascendenza, della ricerca interiore e della serenità, come rivelano anche le analisi psicologiche ed emozionali.

Lo stile artistico di Giulio De Mitri, a metà degli anni ’90, si evolve ulteriormente, riprendendo spunti di esperienze e sperimentazioni già presenti nella sua ricerca a partire dagli anni ’70.  La sua opera già pervasa dalle tracce di un passato arcaico si arricchisce di poetica e dà vita a nuovi linguaggi.

Giulio De Mitri, artista tarantino classe 1952, si forma nell’ambito artistico ed umanistico presso l’Accademia di Belle Arti e la facoltà di Lettere e Filosofia della Calabria. Ha insegnato presso diverse facoltà l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, di Viterbo e presso IPU – Ateneo Salesiano di Roma, le sue docenze spaziano dalla Tecnica e Tecnologia della Pittura, Pedagogia e didattica dell’arte, di Antropologia culturale e Metodologie e tecniche del gioco e dell’animazione. Ha insegnato inoltre nei corsi abilitanti per l’insegnamento Metodologie, strumenti e tecniche per la didattica espressiva.

È una delle voci artistiche meridionali più creative e sperimentali, che passa dalle fasi pittoriche, alla scrittura segnica, alle performance. Ha anche preso parte a delle installazioni ambientali collettive, passando da video-installazioni alle produzioni tecnologiche più recenti e alle arti performative.

La sua attività artistica è pervasa da un profondo impegno sociale e culturale; grazie alla sua collaborazione con la Fondazione “Rocco Spani onlus” ha dato vita insieme ad altri operatori a “L’Isola della Fantasia”, progetto orientato ad aiutare i giovani della città vecchia di Taranto a riprendersi gli spazi abitativi del quartiere, grazie al linguaggio e agli strumenti dell’Arte Contemporanea. Le sue opere sono esposte in numerosi musei nazionali ed internazionali, ha partecipato a mostre e rassegne di ampio respiro personali e collettive.

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