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da | 16 Mag 2026

Oltre il prezzo: la cura come rivelazione del valore umano

Senza retorica, ma viviamo in un tempo in cui la logica dominante è quella del prezzo. Non del valore, ma del prezzo: ci importa ciò che si può calcolare, misurare, ottimizzare. In questa mentalità, la persona rischia di diventare una voce nella lista della spesa o ancora un problema da risolvere: è la radice della cultura dello scarto, da cui fin dall’inizio del suo Pontificato ci metteva in guardia papa Francesco, cultura che considera superfluo ciò che non genera profitto. Eppure, proprio coloro che il sistema definisce “inabili”, “incapaci”, “non produttivi” (ossia anziani fragili, persone con disabilità, malati cronici, chi vive una dipendenza o una vulnerabilità), queste persone custodiscono la sola verità che ci può salvare: il valore della vita non coincide con la sua utilità.

Il valore di una persona è una presenza, una storia, un volto. È la sua capacità di generare relazione anche quando non può generare risultati. E se la fragilità non è un difetto da correggere, ma un luogo in cui l’umanità si rivela nella sua forma più essenziale, allora il prendersi cura è riconoscere che l’altro esiste non perché produce, ma perché è.

Personalmente mi rendo conto di quanto sia facile in ospedale abituarsi al dolore altrui. Non vedere più una persona in difficoltà ma un altro paziente a cui si rivolgeranno le attenzioni adeguate al suo problema. Eppure, c’è prima di tutto uno sguardo. E questo è ciò che facilmente scivola via se tutto diventa qualcosa da fare, reparti da visitare, orario da rispettare.

Se guardiamo all’esperienza di Francesco d’Assisi, subito ci rendiamo conto che la sua conversione non inizia in una chiesa, ma fuori dalle mura, nel luogo più evitato e temuto: il lebbrosario. Non solo fuori da una chiesa ma anche fuori dalla città. I lebbrosi erano gli “scartati” del Medioevo: esclusi, isolati, considerati impuri e per questo condannati a vivere lontano dai cosiddetti “sani”. Erano il simbolo vivente di ciò che la società non voleva vedere. Ma Francesco si lascia ferire dalla loro presenza. Non li guarda da lontano né si limita a un gesto di pietà. Non delega qualcuno per un problema di coscienza, ma si avvicina, tocca, abbraccia. E in quell’abbraccio accade qualcosa che cambia la sua vita: ciò che gli sembrava amaro si trasforma in dolcezza. Non perché la lebbra fosse meno dura o fosse diventata qualcos’altro, ma perché il suo sguardo era cambiato. E con il suo sguardo, anche lui era cambiato.

Gli ospedali sono oggi uno dei crocevia più delicati della nostra società. Sono luoghi in cui la fragilità è quotidiana, evidente, inevitabile. Eppure, anche qui la logica del prezzo rischia di prevalere: tempi da ottimizzare, costi da ridurre, prestazioni da erogare. Ma proprio negli ospedali si manifesta con più forza la verità che Francesco aveva intuito: la fragilità non è un ostacolo alla relazione, ma la sua condizione più autentica. Ogni anziano che non ricorda, ogni malato che non parla, ogni persona con disabilità che dipende da altri per vivere, ci ricorda che la vita non è un possesso individuale, ma un intreccio di dipendenze reciproche. Prendersi cura diventa allora un gesto controcorrente. Significa resistere alla logica del profitto a ogni costo e dire che la società non si misura dal PIL, ma da come tratta chi non può difendersi. È lì che si vive la prova del nove della nostra umanità.

Così, dove il mercato vede solo costi, la cura restituisce valore. È un atto politico, etico e profondamente umano. Ogni volta che un infermiere si ferma un minuto in più accanto a un paziente solo, ogni volta che un medico ascolta prima di prescrivere, ogni volta che un operatore sociosanitario accompagna con delicatezza un gesto intimo, si compie un atto di resistenza alla cultura dello scarto. Per questo quando la società accoglie la fragilità è una società che ha scelto di essere umana. Ma quando scarta i fragili è una società che ha iniziato a scartare sé stessa. In questo modo scopriamo che la fragilità, lungi dall’essere un limite, si rivela come un luogo di incontro e gli ospedali ci ricordano che la dignità non si perde quando si perde autonomia.

Ed è lì che le persone più vulnerabili ci ricordano che il valore della persona non si compra e non si vende: il valore è ciò che resta quando il prezzo non dice più nulla.

«Amerai»

«Amerai»

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